di Stefano Baldini, cooperante in Libano
Oggi, a Qaa, i fuochi si accendono prima dell’alba.
Succede ogni giorno, da più di un anno. Nella cucina della cooperativa, 52 donne iniziano a lavorare quando il resto del villaggio dorme ancora. Tagliano, lavano, cucinano. Non per un mercato, non per una festa, ma per migliaia di persone che, senza quei pasti, non avrebbero nulla.
Qaa è un villaggio di circa 10.000 abitanti, nell’estremo nord-est della valle della Beqaa, al confine con la Siria. Un luogo che negli ultimi anni ha vissuto ai margini di più crisi: la guerra in Siria, quelle in Libano, gli esodi continui di migliaia di persone in fuga.
La cooperativa nasce nel 2024, grazie a un progetto finanziato dall’Unione Europea e realizzato dalla Fondazione Giovanni Paolo II. Ma la sua storia inizia prima. Ci sono voluti più di due anni di progetto per mettere insieme queste donne, per trasformare un’idea in un’iniziativa concreta. Il loro obiettivo era semplice e ambizioso allo stesso tempo: valorizzare ciò che già sapevano fare, produrre cibo tradizionale libanese, la “mouneh”, e farne una fonte di reddito.
Il progetto ha investito su di loro, non solo con risorse, ma con tempo e accompagnamento: analisi di mercato, scelta dei prodotti, piano economico, progettazione degli investimenti. E soprattutto un lungo lavoro sulla governance, per costruire una cooperativa capace di funzionare davvero. Non è stato facile: cinquantadue donne, con storie, competenze e aspettative diverse.
Ma, riunione dopo riunione, il gruppo prende forma. Il centro viene costruito, attrezzato. Arriva la formazione tecnica. Parte la prima stagione produttiva: albicocche essicate al sole, salse di pomodori, melanzane farcite, il tipico “makdous”. I prodotti della terra di Qaa, una terra fertile che da sempre contribuisce alla sicurezza alimentare del Libano e al lavoro di tanti.
Poi, pochi mesi dopo – siamo a settembre 2024 – tutto cambia.
Il conflitto nel sud del Libano e nella valle della Beqaa si intensifica. I bombardamenti colpiscono sempre più duramente i villaggi rurali a prevalenza sciita. Migliaia di persone fuggono, soprattutto donne, bambini e anziani cercando rifugio nei villaggi considerati più sicuri, come Qaa.
È in quel momento che la cooperativa prende una decisione che nessun business plan aveva previsto: le donne si organizzano per cucinare.
Insieme alla vicina cooperativa “Sawa”, nata nel 2019 grazie a un progetto della Fondazione Giovanni Paolo II finanziato dalla cooperazione italiana, avviano la produzione volontaria di pasti caldi e colazioni. “Sawa” significa “insieme”. E mai come in quel momento il nome diventa realtà.
All’inizio sono qualche centinaio di pasti. Poi sempre di più.
Arrivano nuovi sfollati ogni giorno. Arrivano anche aiuti: alcune organizzazioni locali e internazionali finanziano l’acquisto di cibo, vassoi, materiali igienici e risorse per garantire il lavoro. Le verdure arrivano anche dai campi di Qaa. La Fondazione interviene rafforzando la capacità produttiva: servono più attrezzature, più fuochi, pentoloni più grandi, un forno, una friggitrice. Non solo per aumentare i numeri, ma anche per garantire varietà, dignità, qualità.
Si arriva a 4.000 pasti al giorno, sette giorni su sette.
A fine novembre 2024, la guerra termina ufficialmente. Ma sul terreno, l’emergenza continua. Poche settimane dopo, il collasso del governo in Siria genera nuovi esodi di popolazione: mentre tante famiglie rientrano verso i loro luoghi di origine, tante altre fuggono ancora.
Le donne non si fermano.
Continuano a cucinare, cambiano gli sfollati, ma per loro sono sempre gli stessi, con lo stesso trauma, donne, anziani, bambini rimasti senza nulla.
Si arriva ai giorni nostri, a fine febbraio 2026: una nuova escalation in Libano. Ancora esodo. Ancora decine di migliaia di famiglie che lasciano tutto.
Sono meno di prima le famiglie libanesi che arrivano fino a Qaa: la paura del confine siriano oggi pesa di più e molti si fermano tra Beirut e il Monte Libano. Ma le migliaia di nuovi arrivi si sommano agli sfollati siriani ancora presenti.
E i fuochi continuano ad accendersi.
Oggi la cooperativa è sostenuta dal Programma Alimentare Mondiale (WFP), che fornisce gli ingredienti per continuare la produzione. SAWA supporta il coordinamento della distribuzione e lo stoccaggio, utilizzando le celle frigorifere costruite in origine per i mercati ortofrutticoli.
Da oltre un anno, queste 52 donne non si sono mai fermate.
Hanno prodotto e distribuito più di 1,5 milioni di pasti caldi. Ogni giorno. Senza interruzioni. Senza distinzioni. Nessuno è rimasto senza.
Non è una soluzione alla guerra. Non restituisce le case né il futuro che è stato interrotto. Ma garantisce qualcosa di essenziale: la possibilità di resistere.
A Qaa, ogni mattina, i fuochi si accendono ancora.
E, finché continueranno a farlo, migliaia di persone avranno almeno un pasto caldo. E un motivo in più per andare avanti, un giorno alla volta.