Rilanciare la sfida della pace: il presidente della Fondazione Giovanni Paolo II Damiano Bettoni, in una lettera indirizzata e pubblicata dal settimanale Toscanaoggi, propone una riflessione anche all’interno del mondo cattolico sulla “guerra giusta” alla luce dei conflitti contemporanei e delle trasformazioni tecnologiche.
Il direttore di ToscanaOggi, il giornalista Simone Pitossi, nella sua risposta rafforza l’idea di una pace fondata su giustizia, relazioni tra i popoli e dignità umana.
La questione non è solo teorica: riguarda la responsabilità politica e morale di costruire condizioni che rendano la guerra sempre meno accettabile.
Trascriviamo integralmente lettera e risposta quale spunto di riflessione personale e collettiva.
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Da Toscanaoggi, 26 aprile 2026
Dalla «guerra giusta» alla sfida etica della pace oggi
Trasformare le prese di posizione in occasioni autentiche di riflessione è sempre utile. In questo spirito, le parole del Vicepresidente degli Stati Uniti sembrano muovere da una convinzione piuttosto diffusa anche in alcuni ambienti cattolici: l’idea che, quando il Papa parla di etica, si riferisca soprattutto ai costumi sessuali e alla preghiera.
È proprio qui che si impone una domanda fondamentale: che cos’è, in realtà, l’etica? L’etica è la branca della filosofia che indaga i fondamenti razionali del comportamento umano: distingue tra bene e male, tra giusto e ingiusto, e riflette sulle azioni che orientano le scelte concrete delle persone, tanto nella vita privata quanto in quella pubblica.
Di conseguenza, l’etica investe anche le decisioni fondamentali della autorità politiche: le scelte tra guerra e pace, le condizioni di giustizia o ingiustizia sociale, il rapporto tra l’essere umano e il creato. Su questi temi è evidente che una leadership religiosa abbia molto da dire, che ciò piaccia o meno a chi ascolta.
Per quanto riguarda, nello specifico, la questione della «guerra giusta», è utile richiamare quanto afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica, promulgato da Giovanni Paolo II nel 1992 e rivisto da papa Francesco nel 2017, in occasione del suo XXV anniversario, rispetto al concetto di guerra giusta, che pure in molte aree del mondo cattolico aveva suscitato dubbi sullo stesso concetto di guerra giusta.
2307 Il quinto comandamento proibisce la distruzione volontaria della vita umana. A causa dei mali e delle ingiustizie che ogni guerra provoca, la Chiesa esorta con insistenza tutti a pregare e ad operare perché la bontà divina ci liberi dall’antica schiavitù della guerra.
2308 Tutti i cittadini e tutti i governanti sono tenuti ad adoperarsi per evitare le guerre.
«Finché esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà un’autorità internazionale competente, munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa».
2309 Si devono considerare con rigore le strette condizioni che giustificano una legittima difesa mediante la forza militare. Tale decisione, per la sua gravità, è sottoposta a rigorose condizioni di legittimità morale. Occorre contemporaneamente:
- che il danno causato dall’aggressore sia durevole, grave e certo;
- che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci;
- che vi siano fondate condizioni di successo;
- che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare. Nella valutazione di questa condizione pesa enormemente la potenza dei moderni mezzi di distruzione.
Questi sono gli elementi tradizionali della dottrina della «guerra giusta». La valutazione concreta di tali condizioni spetta al giudizio prudente di coloro che hanno la responsabilità del bene comune.
Alla luce di questo, il messaggio di papa Leone è in totale continuità con il magistero della Chiesa cattolica e non, come si vuol far credere, da «pacifista ingenuo». Proprio per questo, chi si professa cristiano, prima di lanciarsi in dichiarazioni sul ruolo del Papa, dovrebbe almeno partire dallo studio degli strumenti di base: su tutti, il Catechismo della Chiesa Cattolica.
Infine, un’ultima riflessione si impone alla luce del costante magistero del Pontefice, da Giovanni Paolo II fino a papa Leone, e del radicale mutamento che ha interessato gli strumenti, le strategie e le conseguenze della guerra contemporanea. Le nuove forme di conflitto – caratterizzate da armi di distruzione di massa, tecnologie autonome, guerre asimmetriche e ampio utilizzo dell’intelligenza artificiale – sembrano infatti mettere in crisi i presupposti etici e giuridici su cui storicamente si è fondato il concetto di «guerra giusta».
In questo contesto, appare legittimo e forse necessario chiedersi se, anche all’interno della comunità cristiana, tale categoria morale sia ancora adeguata a interpretare la realtà odierna oppure se non richieda una profonda riconsiderazione critica. Il crescente accento posto dal magistero pontificio sul primato della pace, sul rifiuto della violenza come strumento di risoluzione dei conflitti e sulla responsabilità morale legata agli effetti indiscriminati della guerra, sembra infatti orientare verso una lettura sempre più restrittiva, se non problematica, della stessa nozione di «guerra giusta».
Damiano Bettoni, presidente Fondazione Giovanni Paolo II
Gentile presidente Bettoni, la sua lettera offre un contributo serio e necessario a un dibattito che troppo spesso scivola nella semplificazione. Ha ragione nel ricordare che l’etica non può essere ridotta a una sfera privata o a questioni di costume: riguarda, in modo pieno, anche le grandi scelte pubbliche, a partire da quelle che toccano la vita e la morte dei popoli. Ed è proprio su questo terreno che la voce della Chiesa continua a interrogare, anche quando risulta scomoda.
Il richiamo al Catechismo della Chiesa cattolica, promulgato da Giovanni Paolo II e aggiornato sotto papa Francesco, è puntuale: la tradizione della cosiddetta «guerra giusta» non è mai stata un lasciapassare, ma un insieme di condizioni rigorose, pensate più come argine che come legittimazione. E tuttavia, come lei stesso sottolinea, il mutamento radicale degli scenari contemporanei – dalla potenza distruttiva degli armamenti alle nuove tecnologie – tende sempre più a rendere problematico applicare quei criteri.
È un punto che trova eco anche nella riflessione teologica più recente. Nella risposta a un lettore pubblicata a pagina 13, don Leonardo Salutati ricorda come la dottrina della guerra giusta, nata per contenere la violenza, sia stata nel tempo anche utilizzata per giustificare i conflitti. Da qui il progressivo spostamento del Magistero, già a partire da Pio XII e in modo più deciso con Giovanni XXIII e la Pacem in terris, verso una posizione sempre più netta: non tanto cercare le condizioni per rendere «giusta» una guerra, quanto costruire le condizioni perché la guerra non sia più considerata uno strumento accettabile.
In questo senso, il magistero più recente – fino all’attuale pontificato – sembra indicare una traiettoria chiara: restringere al massimo, fino quasi a svuotarla, la categoria della guerra giusta, e al tempo stesso rafforzare una cultura della pace che non sia solo assenza di conflitto, ma impegno concreto per la giustizia, le relazioni tra i popoli, la tutela della dignità umana.
Resta però una tensione che non può essere elusa. Da un lato, il realismo di un mondo in cui il male e l’aggressione esistono; dall’altro, l’esigenza evangelica di non arrendersi alla logica della violenza. È dentro questa tensione che si colloca il discernimento dei credenti e la responsabilità della politica.
Il suo invito a studiare, approfondire e non fermarsi agli slogan è quanto mai opportuno. Forse è proprio questo il punto decisivo: sottrarre temi così gravi alla polemica immediata e restituirli a un confronto serio, capace di tenere insieme tradizione e cambiamento, principi e realtà.
Perché, come lei lascia intendere, la domanda di fondo oggi non è solo se esista ancora una «guerra giusta», ma se siamo disposti a prendere sul serio, fino in fondo, la responsabilità di costruire la pace.
Simone Pitossi