Libano: una crisi dimenticata oltre la guerra

La crisi del Libano, un Paese dove come Fondazione siamo presenti fin dal 2007, rischia il collasso definitivo nel silenzio generale. Già prima dell’ultima escalation, la Terra dei Cedri viveva una delle peggiori crisi economiche e istituzionali della sua storia. Oggi con i bombardamenti e le evacuazioni di massa, quella fragilità si è trasformata (ancora) in una emergenza umanitaria.

Il Libano è grande poco più della metà della Toscana, ma ospita una popolazione che sfiora i 6 milioni di abitanti. A questa si aggiungeva già prima della guerra una presenza massiccia di profughi: circa 1,4 milioni tra siriani e palestinesi. Ora i numeri sono esplosi. Intere aree del Paese — dal sud del fiume Litani fino ai quartieri meridionali di Beirut — sono state svuotate. Più di 100 tra villaggi e cittadine sono coinvolti negli ordini di evacuazione. In un territorio così densamente popolato, ogni spostamento diventa un’emergenza. Non si tratta solo di logistica: è un trauma collettivo.

Questa guerra colpisce uno Stato che, di fatto, è fallito dal 2020. Da allora i conti correnti sono bloccati, la lira libanese ha perso oltre il 98% del suo valore, più della metà della popolazione vive in povertà e il PIL reale è crollato di circa il 40%. Tradotto: anche chi aveva risparmi in banca non può accedervi. Un sistema economico paralizzato, che ha eroso la fiducia dei cittadini e reso la vita quotidiana una corsa a ostacoli.

A essere colpite oggi sono Beirut sud, la valle della Bekaa e il sud del Paese. Come sempre il conto più pesante lo pagano i civili. Lo racconta, più di ogni analisi, la morte di padre Pierre El-Rahi, ucciso mentre soccorreva un ferito nel sud del Paese. Un gesto di umanità, diventato morte e anche per questo tragicamente emblematico.
A Rmeish, villaggio a poca distanza da quello di Alma al Chaab dove è morto il sacerdote, la Fondazione ha portato avanti un progetto col finanziamento della Cei, permettendo di realizzare una delle scuole superiori meglio attrezzate e funzionali di tutto il sud del Libano. Sono state costruite aule per l’insegnamento, un laboratorio linguistico e uno scientifico, il gabinetto di chimica generale, una grande aula polivalente per le attività scolastiche comunitarie, creando un’esperienza educativa all’avanguardia e percorsi didattici differenziati che favoriscono sbocchi professionali immediati e accesso a facoltà universitarie diverse.
Anche il fondatore e primo presidente Mons. Luciano Giovannetti andò in visita in quei luoghi insieme all’attuale vicepresidente della Fondazione Mons. Rodolfo Cetoloni e a padre Ibrahim Faltas, consigliere del CDA e rappresentante in Terra Santa: l’impegno è ancora oggi ricordato in una targa affissa nella scuola, oggi vuota a causa del pericolo dei bombardamenti e agli ordini di evacuazione che via via stanno raggiungendo tutti i villaggi della zona.

La Fondazione Giovanni Paolo II attraverso la sua referente in Libano Kinda Maalouf e ai suoi cooperanti italiani Stefano Baldini e Marta Quattrocchi segue da vicino questa escalation di violenza, è accanto ai suoi operatori, alcuni dei quali si trovano nelle aree più a rischio, attenta alla loro sicurezza, ma anche alla necessità di andare avanti nel percorso di sostegno di cooperative per lo più al femminile portato avanti in questi anni.

Proprio pochi giorni fa il presidente Damiano Bettoni con il responsabile dell’area progetti esteri Luca Rossi era in Libano per conoscere le cooperative sostenute dalla Fondazione e confermare il proprio impegno che neanche la guerra fermerà al fianco delle popolazioni locali.

In questo scenario già drammatico, il rischio più grande è quello di una frattura interna. La paura, le tensioni tra comunità e la debolezza delle istituzioni potrebbero riaccendere dinamiche che il Libano conosce fin troppo bene. Il richiamo delle Chiese locali all’accoglienza degli sfollati non è solo un appello morale, ma un tentativo concreto di evitare che la crisi umanitaria si trasformi in un conflitto civile.

Intanto nelle strade di Beirut, si vedono bambini dormire sui marciapiedi. È un’immagine che non ha bisogno di spiegazioni. E che dovrebbe bastare, da sola, a riportare il Libano al centro dello sguardo.