“Vado da solo con il mio dolore, la mia condanna se ne va da sola. Sono una linea nel mare, un fantasma nella città”.
La canzone “Clandestino” di Manu Chao ha fatto da colonna sonora a una giornata che difficilmente dimenticheremo.
In 70 tra ospiti, operatori e volontari dell’accoglienza della Fondazione Giovanni Paolo II, siamo stati accolti dal Villaggio La Vela di Castiglione della Pescaia, grazie all’Opera per la Gioventù “Giorgio La Pira”, per trascorrere una giornata al mare insieme.
Il mare. Per molti dei nostri ospiti significa viaggio, paura, separazione, ignoto, dolore, spesso lacrime. Anche morte.
Permettere loro di viverlo con spensieratezza, di immergersi senza pensieri, significa viverlo come luogo di gioia, libertà, speranza.
Stare insieme tra famiglie e persone che hanno storie, culture, fedi diverse, condividere un viaggio in pullman, parlare, giocare, condividere, permette di conoscersi, apprezzarsi, stringere nuove amicizie, immaginare un futuro.
Come ha detto Stefano Ermini, responsabile della Fondazione Giovanni Paolo II dell’area accoglienza, “nel suo brano Manu Chao ci provoca e sottolinea quanto una persona straniera ancora oggi è invisibile. Non tanto e non solo da un punto di vista legale, ma soprattutto a livello sociale. Questo perché paura e muri sono più facili da costruire e chiudersi nelle proprie consapevolezze è più semplice che aprirsi ad ascoltare storie diverse, culture diverse, idee diverse. In realtà credo che tutti noi vogliamo sentirci parte di qualcosa e non esserne ai margini. Vale per chi arriva da un Paese diverso e inizia una nuova vita, ma vale anche per chi vive tutta la sua vita nello stesso luogo e cerca comunque di trovare il suo posto nel mondo. Quante volte ci siamo sentiti non accettati, non capiti”.
“Questo senso di vuoto, questa solitudine sia più facile sentirla per chi si chiude in se stesso o è costretto a farlo perché il mondo intorno non gli permette una scelta diversa – ha sottolineato Ermini -. L’ho sentita spesso anch’io in tanti momenti in cui ho preferito non aprire quella porta, non abbattere quel muro. E allora sono rimasto da solo con i miei dolori e le mie condanne. Credo sia capitato anche a tutti voi quando per obbligo, necessità o solo per paura siete stati da soli con il vostro dolore e fantasmi nella città”.
Il mare, ha detto ancora, è “un luogo particolare che per molti significa gioia, libertà, pace, famiglia, ma anche dolore, paura e memoria. È sempre lo stesso, ma non ha il medesimo significato per tutti. Molti lo descrivono come un luogo libero, familiare, felice, fatto di cose semplici come camminare a piedi scalzi nella sabbia. Ma poi c’è anche un “altro” mare. “Prima di venire in Italia, mi piaceva. Ora invece ho paura”, ci ha raccontato qualcuno. E questa frase ha un peso e non la possiamo dimenticare”.
In questa giornata condivisa, “possiamo provare a dare al mare un altro significato ancora: un luogo di incontro dove ognuno di noi, con la propria storia, il proprio dolore si incontra e decide non di dimenticare, non di cancellare, ma di restare insieme e condividere per creare qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso e farlo tutti insieme, per non essere persone che camminano da sole, ma una comunità che si sostiene” ha concluso Stefano Ermini.