di Damiano Bettoni, presidente della Fondazione Giovanni Paolo II
Ho partecipato agli Stati Generali della Cultura della Pace al Santuario di Camaldoli, organizzati dalla vicepresidente della Regione Toscana Mia Diop.
Nella sua relazione, Luigi Scatizzi, presidente delle ACLI di Arezzo, presentando i punti salienti della Carta della Pace firmata 30 anni fa, ha citato la presenza della Fondazione Giovanni Paolo II tra il Casentino e il Valdarno, coinvolgendomi per un breve intervento.
L’incontro di Camaldoli porta a chiedersi cosa significhi oggi parlare di pace.
È una domanda che rischia di diventare astratta se non la colleghiamo alla realtà. Perché mentre ne parliamo, nel mondo continuano guerre e conflitti che coinvolgono popolazioni, famiglie, bambini. E in molti casi la religione, o meglio il nome di Dio, viene ancora utilizzato per giustificare la violenza.
Mi hanno colpito alcuni passaggi del nuovo documento del Gruppo Teologico del SAE, “Il Regno di Dio, profezia di pace. Convocati/e dalla speranza in un tempo di guerra”.
Nelle “Parole per la pace” si afferma: “Noi crediamo che il nome di Dio è pace, che Egli rigetta la guerra e ogni forma di violenza e chiama la famiglia umana a vivere riconciliata sul pianeta Terra”.
È una frase semplice, ma tutt’altro che scontata.
Se il nome di Dio è pace, allora non può essere utilizzato per legittimare la guerra. Non può diventare una bandiera dietro la quale nascondere la violenza. Non può essere chiamato a giustificare la sopraffazione di un popolo sull’altro, la distruzione, la morte.
I teologi lanciano, in questo senso, un appello affinché Dio non venga più posto “sopra le baionette”, affinché non diventi il pretesto per dichiarare guerra ad altri popoli o ad altri esseri umani. È una riflessione importante in un mondo in cui il riferimento religioso viene ancora utilizzato anche per legittimare posizioni belliche.
Le “Parole per la pace” lo dicono esplicitamente: occorre opporsi a qualsiasi giustificazione della guerra fondata su riferimenti strumentali o letteralistici ai testi sacri o su richiami alle tradizioni religiose.
È una responsabilità importante per le comunità religiose.
È una responsabilità per tutti noi.
Perché la pace non è semplicemente l’assenza della guerra.
È un modo di costruire le relazioni. È ascolto. È capacità di riconoscere l’altro. È accoglienza. È giustizia. È possibilità per ogni persona di vivere con dignità.
Ed è proprio qui che la riflessione sulla pace incontra il lavoro quotidiano della Fondazione Giovanni Paolo II.
La nostra storia nasce a Betlemme e si sviluppa tra il Medio Oriente, l’Africa e l’Italia. In questi anni abbiamo incontrato persone e comunità che vivono dentro situazioni di conflitto, di povertà, di marginalità, ma anche persone che non hanno smesso di costruire, di educare, di curare, di lavorare e di immaginare un futuro.
La pace non si costruisce soltanto nei grandi luoghi della diplomazia internazionale. Si costruisce anche molto più vicino a noi.
Si costruisce quando una persona trova accoglienza. Quando un giovane può studiare. Quando una famiglia può tornare a vivere del proprio lavoro. Quando una comunità rurale riesce a sviluppare un’attività agricola. Quando una persona malata può ricevere cure. Quando chi arriva in un Paese diverso dal proprio trova qualcuno disposto ad ascoltarlo e ad accompagnarlo.
Sono piccoli immensi gesti quotidiani che indicano il modo in cui scegliamo di vivere insieme.
E questo porta a una seconda riflessione, che riguarda il nostro stile. Non dobbiamo guardare soltanto agli altri e ai grandi conflitti del mondo: dobbiamo interrogarci anche sul nostro modo di vivere le associazioni e le relazioni.
Occorre sviluppare la capacità di ascoltare l’altro, comprendere le sue ragioni e lasciarsi toccare anche dal suo dolore. L’altro non è mai un nemico, anche quando è completamente in disaccordo con noi.
È difficile, ma dobbiamo essere capaci di ascoltare perfino le ragioni di Netanyahu. Non significa condividere le sue scelte o le sue posizioni, ma assumere come stile di vita la capacità di ascoltare e di comprendere chi abbiamo di fronte, anche quando le sue ragioni ci sembrano lontanissime dalle nostre.
Vale ai livelli più alti della politica e delle istituzioni; vale nelle relazioni quotidiane tra le persone. La pace si costruisce anche nella capacità di non trasformare il dissenso in inimicizia.
Ed è qui che emerge una terza riflessione, che per me è anche una preoccupazione.
Sempre più spesso ragioniamo come tifosi, come ultras da curva dello stadio. L’importante sembra essere schierarsi da una parte o dall’altra. Abbiamo perso il gusto del confronto, del compromesso, dell’approfondimento e del ragionamento. Ciò che conta sembra essere prendere posizione e attaccare chi sta dall’altra parte.
La pace richiede un atteggiamento diverso. Richiede la fatica del confronto, la disponibilità a mettere in discussione le proprie certezze, la capacità di riconoscere nell’altro una persona e non semplicemente un avversario.
Se nella nostra vita, nelle nostre azioni e nel nostro modo di relazionarci riusciremo a evitare questa logica da tifosi, potremo davvero diventare, nel nostro piccolo, autentici operatori di pace.
Cosa siamo disposti a fare perché quei principi continuino ad avere un significato concreto?
La pace deve diventare una responsabilità quotidiana nella consapevolezza che nessuno la costruisce da solo.
La costruiscono le istituzioni, le associazioni, le comunità religiose, le scuole, le università, le famiglie, il volontariato. La costruiscono le persone quando decidono di non voltarsi dall’altra parte davanti alla sofferenza dell’altro.
Se vogliamo parlare davvero di pace, dobbiamo prima di tutto restituirle il suo significato concreto. E, per chi crede, dobbiamo avere il coraggio di affermare che il nome di Dio non può mai essere utilizzato per benedire la guerra.
Perché se Dio è pace, ogni volta che qualcuno utilizza il suo nome per giustificare la violenza, quel nome viene tradito.
La pace, invece, resta da costruire. Insieme.