“Nessuna legge può fermare la Legge della vita”

di Pino Gulia,
consigliere del CDA della Fondazione Giovanni Paolo II
con delega all’accoglienza e alla progettazione

 

Rifugiato” sostantivo e participio passato, derivante dal verbo “rifugiarsi”. Quando un bimbo avverte l’avanzare di un pericolo, lascia ogni gioco e corre tra le braccia amorevoli di un genitore. Lì trova innanzitutto protezione, quindi accoglienza e poi, ancora, sicurezza. Ma soprattutto sa di potersi fidare e pertanto si affida con fiducia. Tant’è che dopo un po’ si distacca dal genitore e ritorna al suo incedere nella vita.

Questo è quello che capita nel mondo a milioni di persone, bimbi e adulti, che avvertono, nel proprio Paese, che la vita personale e anche quella della famiglia di appartenenza è messa in pericolo e che l’effettivo esercizio delle libertà democratiche non è più garantito. Da qui la volontà, mista a necessità e fretta, di scappare lasciando ogni cosa per cercare un luogo sicuro in cui rifugiarsi e trovare protezione. Quante e quanti riescono nella disperata impresa, approdano in Paesi liberi, come l’Italia, che garantisce protezione e riconoscimento delle proprie prerogative di vita e di salvaguardia in base all’articolo 10 della nostra Costituzione e alla sottoscrizione dell’Italia alla Convenzione di Ginevra del 1951 sui Rifugiati.

La protezione concessa dalle leggi, nazionali e internazionali, si affianca a un sistema di accoglienza, sviluppato soprattutto dal mondo della solidarietà e dal Terzo Settore, che in maniera diffusa su tutto il territorio nazionale sostiene la persona che richiede asilo, rifugio, non solo nell’iter per il riconoscimento formale del suo status, ma infonde anche sicurezza promuovendo progetti spesso ad hoc per ritrovare quella calma, fisica ed emozionale, per riprogettare la propria esistenza in un Paese nuovo, diverso per cultura, tradizioni, lingua. Infine questo sistema, a termine del procedimento di riconoscimento dello status giuridico di rifugiato, accompagna la persona verso quella autonomia che gli possa garantire di riappropriarsi non solo della propria esistenza, ma anche dell’effettivo esercizio delle libertà democratiche.

L’unica, enorme, differenza tra quel bimbo che corre a rifugiarsi nelle braccia protettive di un genitore e un rifugiato è che il primo ha dei tempi rapidi per attuare la consapevolezza del rischio che sta per correre, la ricerca di un genitore, la messa in atto del “dispositivo” di salvezza, il ritorno al gioco. Il secondo, il rifugiato, ha tempi lunghi per ritrovare la serenità: sa inizialmente di non potersi fidare di nessuno, deve spesso organizzare la propria fuga da solo, anche incappando in trappole e in rischi ben pesanti; sa di dover attraversare lunghe strade, sovente desertiche, per riuscire a imboccare quella giusta che lo condurrà alla destinazione auspicata. Passano lunghi mesi, in molti casi anni, sempre da soli, sempre con la paura addosso di cadere in un’imboscata; pur dolorante, il cammino va proseguito per non perdere tempo e per non rischiare di essere bloccato. Arrivato nel Paese della salvezza deve affrontare il percorso burocratico per il riconoscimento del suo status. Ciò che gli dà pace è quell’accoglienza che, solo dopo un certo periodo, capisce e riconosce come ancora per riprendere a credere nella vita.

Una volta ho incontrato un giovane afghano di 19 anni. Mi disse che era scappato dal suo Paese a 14 anni senza avvisare nessuno. Nel suo Paese era a rischio la vita della propria famiglia e quindi anche la sua. Non ce la faceva più a nascondersi ogni giorno, a fare i turni di notte per poter avvisare i suoi in caso di pericolo. Attraverso lunghi tragitti a piedi, lavori occasionali e brevi lungo il percorso, dopo aver sofferto fame e sete, giunse in Iran. Lì si trattenne qualche mese presso una famiglia che lo accolse senza fare domande. Lavorò, guadagnò dei soldi. Quando si rese conto che avrebbe potuto mettere a rischio la sua permanenza in quel Paese e la famiglia che lo ospitava, con l’aiuto di questa raggiunse clandestinamente la Turchia dopo lunghi percorsi a piedi e solo rari passaggi in camion. Da lì poi, sempre clandestinamente, in Grecia. Gli piacque molto la Grecia: Paese solare, gente accogliente, cibo buono. Anche lì però era a rischio di rimpatrio se scovato dalla Polizia. E rimpatrio verso dove? Alla frontiera? Decise di imbarcarsi clandestinamente su una nave diretta ad Ancona. Qui riuscì ad evadere i controlli e arrivare in città, dove un’associazione lo accolse, aiutandolo poi a fare domanda per il riconoscimento dello status di rifugiato.
Solo nel momento dello stilare quella domanda si rese conto di avere già 18 anni: erano passati ben 4 anni da quando aveva lasciato il suo Paese. Mi disse: “Quando ho presentato la domanda ero stato avvisato che sarebbe potuta non essere accolta e che pertanto potevo rischiare di essere espulso. Però mi sono reso conto che se ce l’ho fatta per 4 anni, ce l’avrei fatta anche in caso di espulsione. Nessuna legge umana può interrompere la legge della Vita”.

Quel giovane ottenne il riconoscimento. Con l’aiuto di più associazioni ha studiato, ha ottenuto il diploma di Scuola Superiore, si è laureato in ingegneria. Oggi lavora come ingegnere, ha una famiglia, ha cittadinanza italiana. Ma soprattutto è vivo!