Un’ambulanza nuova percorre le strade di Damasco, pronta a soccorrere chi ha bisogno. Un mezzo capace di fare la differenza tra la vita e la morte.
In una Siria ancora profondamente segnata da anni di guerra, dove la normalità resta un obiettivo difficile da raggiungere, questo traguardo rappresenta molto più della consegna di un veicolo sanitario: è il segno concreto che la cooperazione internazionale, quando nasce dall’ascolto dei bisogni delle comunità e dalla collaborazione tra realtà diverse, produce risultati reali.
Grazie al progetto “SYR.171 – Ambulance for the Italian Hospital in Damascus”, realizzato dalla Fondazione Giovanni Paolo II insieme a Missio Austria nell’ambito della ROACO (Riunione delle Opere per l’Aiuto alle Chiese Orientali), l’Ospedale Italiano di Damasco ha potuto dotarsi di una nuova ambulanza. Uno strumento che consentirà di garantire interventi più rapidi, salvare vite umane e ridurre i costi che, fino a oggi, gravavano su pazienti e famiglie già provati da una situazione economica e sociale estremamente difficile.
«Grazie alla vostra straordinaria sensibilità e generosità possiamo offrire un servizio sempre più efficiente e accessibile a tutta la comunità» ha scritto suor Carol Tahhan, direttrice dell’Ospedale Italiano di Damasco. Parole che sono anzitutto un ringraziamento ai tanti benefattori che, con fiducia, scelgono di sostenere i progetti della Fondazione.
Proprio con Roaco, pochi giorni fa la Fondazione Giovanni Paolo II ha partecipato alla 99ª Assemblea plenaria conclusasi con l’udienza di Papa Leone XIV. Erano presenti il presidente Damiano Bettoni e il consigliere Pino Gulia, insieme ai rappresentanti degli organismi cattolici che operano a sostegno delle Chiese Orientali.
Nel suo intervento, il Santo Padre ha offerto una riflessione che interpreta pienamente il significato del lavoro quotidiano di tante organizzazioni impegnate nella cooperazione internazionale.
«Mentre voi generate vita, loro seminano morte; mentre voi tendete la mano al fratello, loro trovano nemici da schiacciare; mentre voi aprite vie di speranza, loro rinchiudono i popoli nella paura; mentre voi costruite futuro, loro distruggono il presente»,
Parole che non rappresentano soltanto una denuncia della guerra, ma anche un incoraggiamento a proseguire un cammino fatto di solidarietà, dialogo e responsabilità.
Al termine dell’udienza, Damiano Bettoni ha ringraziato personalmente il Pontefice per il suo costante magistero a favore della pace e dell’attenzione ai diritti delle persone migranti. Un incontro che ha confermato la direzione nella quale la Fondazione intende continuare a operare.
«Siamo chiamati a sostenere le comunità cristiane, in particolare a Gerusalemme e a Betlemme – ha sottolineato Bettoni – ma oggi questo impegno richiede uno sguardo nuovo. Non basta assistere le persone nelle emergenze: occorre costruire percorsi di responsabilizzazione e promozione, investendo nelle risorse umane, nella formazione e nella cultura, affinché siano le comunità stesse a diventare protagoniste del proprio futuro.»
È questa la visione che guida ogni progetto della Fondazione Giovanni Paolo II: dall’ambulanza arrivata a Damasco ai programmi di sviluppo in Terra Santa, dall’accoglienza in Italia ai percorsi di cooperazione internazionale, ogni intervento nasce dalla stessa convinzione, cioè che la pace si costruisce prendendosi cura delle persone, creando opportunità, rafforzando le comunità e restituendo speranza.
Perché, anche nei luoghi più segnati dalla sofferenza, ogni gesto concreto può diventare l’inizio di una nuova vita.
