La “best practice” della cooperazione agricola

Il modello della Fondazione Giovanni Paolo II in Libano citato dall’Arab Reform come esempio virtuoso

L’impegno della Fondazione Giovanni Paolo II nello sviluppo rurale del Libano riceve un importante riconoscimento internazionale. Sulle pagine di Arab Reform Initiative, uno dei principali think tank indipendenti del Medio Oriente e del Nord Africa, è stato infatti pubblicato un approfondimento firmato da Kanj Hamade, economista specializzato in sviluppo, progettazione, valutazione e analisi di programmi umanitari, nonché esperto di sicurezza e sovranità alimentare.

L’analisi, dedicata all’efficacia delle politiche di sviluppo agricolo finanziate dai donatori internazionali, cita esplicitamente a pagina 15 la Fondazione Giovanni Paolo II come esempio virtuoso di un approccio capace di superare la logica dei tradizionali interventi di breve periodo, costruendo invece un programma di sviluppo strutturale fondato sul rafforzamento delle cooperative agricole e sul coinvolgimento diretto dei produttori.

Nel passaggio dedicato alla Fondazione, l’autore scrive:

«Ad esempio la Fondazione Giovanni Paolo II (FGPII), attraverso progetti finanziati dall’Unione Europea e dall’Italia nel periodo 2021-2025, sta adottando una strategia di attuazione che combina il coinvolgimento degli agricoltori e il rafforzamento delle cooperative con attività di advocacy istituzionale. Passando da interventi caratterizzati da investimenti limitati a un impegno di lungo periodo e ad alta intensità di capitale, l’approccio della Fondazione rappresenta un chiaro superamento delle iniziative a basso impatto».

Si tratta di un riconoscimento particolarmente significativo perché proviene da un osservatore esperto e imparziale all’interno di un’organizzazione che conduce ricerche e analisi delle politiche e offre una piattaforma per dare voce a figure ispiratrici basandosi sui principi di giustizia, imparzialità, diversità ed uguaglianza. Nel suo studio, Hamade analizza criticamente molti modelli di cooperazione internazionale, individuando invece nell’esperienza della Fondazione Giovanni Paolo II un esempio di buona pratica.

Il riferimento non riguarda un singolo progetto, ma un’intera strategia costruita nel tempo. L’articolo richiama infatti il progetto LED-ENI, finanziato dall’Unione Europea e concluso nell’ottobre 2025, insieme al programma ROOTS – Radici di Dignità in Libano, sostenuto dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS). A questi si affiancano gli altri progetti AICS sviluppati negli stessi anni, che hanno contribuito a definire un modello organico di sviluppo rurale basato sul rafforzamento delle cooperative agricole, sul miglioramento delle filiere ortofrutticole e sulla crescita delle capacità imprenditoriali delle comunità locali.

Negli anni questo programma ha accompagnato migliaia di piccoli produttori agricoli in un percorso che non si è limitato all’assistenza tecnica, ma ha interessato l’intera filiera produttiva: dalla formazione professionale alla gestione delle cooperative, dal miglioramento dei processi di trasformazione e conservazione dei prodotti fino all’accesso ai mercati nazionali e internazionali. Parallelamente, il programma ha promosso pratiche agricole più sostenibili, una maggiore resilienza ai cambiamenti climatici e il coinvolgimento attivo di donne e giovani nello sviluppo economico delle aree rurali.

L’elemento che emerge con forza dall’analisi pubblicata da Arab Reform Initiative è proprio il cambio di paradigma. In un contesto in cui molti programmi di cooperazione sono stati spesso frammentati o limitati nel tempo, la Fondazione Giovanni Paolo II viene indicata come esempio di una strategia di lungo periodo, capace di creare strutture economiche stabili, rafforzare il sistema cooperativo e incidere sulle politiche di sviluppo agricolo attraverso un dialogo costante con le istituzioni.

È un riconoscimento che assume un valore ancora maggiore considerando il difficile contesto libanese, segnato negli ultimi anni dalla crisi economica, dall’instabilità politica e dalle conseguenze del conflitto. In questo scenario, il programma di sviluppo rurale promosso dalla Fondazione dimostra come investire nelle filiere agricole significhi non soltanto sostenere la produzione, ma contribuire alla resilienza delle comunità, alla sicurezza alimentare e alla costruzione di prospettive di sviluppo durature.

Per la Fondazione Giovanni Paolo II, il richiamo contenuto nello studio rappresenta la conferma della validità di un modello costruito negli anni insieme ai partner locali, alle cooperative e ai produttori agricoli, nella convinzione che lo sviluppo più efficace sia quello che lascia competenze, organizzazione e capacità di crescita anche dopo la conclusione dei singoli progetti.

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