Portare la voce dei giovani cristiani iracheni, condividere le loro speranze e le loro difficoltà, costruire relazioni che superino i confini geografici e culturali. È questa la missione che accompagna Marina N. Francis, membro del Consiglio dei Giovani del Mediterraneo fin dalla sua nascita, da pochi giorni nominata anche nel direttivo.
Fondato nel 2023 come opera segno del Convegno dei Vescovi del Mediterraneo, promosso dalla Chiesa Italiana e coordinato su richiesta della CEI dalla Rete “Mare Nostrum”, composta dalla Fondazione Giorgio La Pira, dalla Fondazione Giovanni Paolo II, dall’Opera per la Gioventù Giorgio La Pira ODV e dal Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira, il Consiglio dei Giovani del Mediterraneo riunisce i delegati designati dalle Conferenze Episcopali e dai Sinodi delle Chiese Orientali dei Paesi che si affacciano sul “mare nostrum”.
Originaria dell’Iraq, Marina lavora come project manager in un’organizzazione che si occupa di diritti umani e insegna all’università. Laureata in Interior Design e con un master conseguito presso il College of Fine Arts, è stata designata dal Patriarcato Caldeo per rappresentare i giovani della Chiesa caldea irachena all’interno del Consiglio.
«Per me – racconta – non è stata soltanto un’opportunità, ma una responsabilità. Ho sentito il dovere di portare la voce dei nostri giovani, delle loro sfide e delle loro speranze».
Far parte di questo progetto, spiega, è per lei un motivo di orgoglio, ma soprattutto un impegno concreto. «Questa esperienza non significa semplicemente partecipare a degli incontri. Richiede tempo, energie, disponibilità all’ascolto e il desiderio di imparare dagli altri. È un impegno che si affianca al lavoro e all’insegnamento, ma che considero una responsabilità preziosa».
Nel confronto con giovani provenienti da Paesi diversi, Marina ha scoperto come, pur nelle differenti realtà culturali e sociali, molte domande siano comuni. «Le difficoltà che viviamo possono avere volti diversi, ma nel profondo sono le stesse. Anche se siamo lontani geograficamente, possiamo comprenderci, costruire ponti e cercare insieme risposte per sostenere i giovani. È uno degli aspetti più belli di questa esperienza».
Per lei, il Consiglio rappresenta anche un cammino umano e spirituale. «Essere parte della Chiesa significa essere disponibili al servizio, costruire ponti e portare speranza. Questa esperienza mi insegna a guardare oltre me stessa e a chiedermi come posso contribuire, anche con piccoli gesti, alla vita dei giovani, della mia Chiesa e della mia comunità».
Il suo contributo nasce dall’esperienza maturata nel lavoro con i giovani, nella società civile e nei progetti comunitari. Nei lavori del Consiglio cerca di collegare il confronto alle esigenze concrete che emergono nei diversi territori, proponendo iniziative che possano essere realmente utili alle nuove generazioni.
Come giovane donna, sente anche la responsabilità di dare voce alla prospettiva femminile. «Non dobbiamo soltanto essere presenti, ma anche ascoltate, valorizzate e rese protagoniste nella vita della Chiesa e della società. Vorrei contribuire a creare spazi in cui possano esprimere le proprie idee, mettersi al servizio, assumere responsabilità e crescere».
Essere irachena, inoltre, conferisce al suo impegno un significato particolare. «Porto l’esperienza dei giovani cristiani dell’Iraq, un Paese dalla storia cristiana antichissima ma segnato da guerre, migrazioni e incertezze. Voglio raccontare cosa significa vivere la fede in questo contesto, senza perdere la speranza e il desiderio di servire».
Marina sottolinea come molti giovani continuino a credere nella possibilità di contribuire alla ricostruzione del proprio Paese e della propria comunità ecclesiale. «Essere irachena nel Consiglio significa portare con me sia il dolore sia la speranza dei nostri giovani, mostrando che la loro presenza è importante per tutta la Chiesa del Mediterraneo».
Tra i ricordi più preziosi, Marina non individua un singolo episodio, ma il cammino di amicizia costruito negli anni. «Fin dal primo incontro mi sono resa conto che condividiamo gli stessi interrogativi: come restare fedeli, attivi e pieni di speranza? Come servire le nostre Chiese e le nostre comunità? Con il tempo siamo diventati amici nel Signore. Ci sosteniamo, ci cerchiamo, ci accompagniamo. Ogni incontro rafforza questi legami ed è sempre difficile salutarsi, perché ormai facciamo parte gli uni del cammino degli altri».
Guardando al futuro, il suo desiderio è che il Consiglio dei Giovani del Mediterraneo continui a crescere e diventi sempre più uno spazio capace di generare iniziative concrete.
«Spero che non rimanga soltanto un luogo di dialogo, ma che sappia dare vita a progetti che aiutino davvero i giovani nelle loro Chiese e nelle loro comunità. Per l’Iraq sogno di riportare questa esperienza tra i nostri ragazzi, perché possano sentirsi ascoltati, coinvolti e parte di una comunità più grande. Anche nelle situazioni più difficili, vorrei che ogni giovane continuasse a vedere nella Chiesa una casa, un luogo di speranza e di servizio».