A Basra uno sportello diffuso per prendersi cura delle persone

Nel sud dell’Iraq, nella città di Basra, la salute mentale rappresenta una delle emergenze meno visibili lasciate in eredità da decenni di guerre, violenze e difficoltà sociali. È in questo contesto che nel 2024 l’Arcieparchia di Basra dei Caldei, la Fondazione Giovanni Paolo II e Caritas Iraq hanno avviato un servizio di supporto psicologico rivolto alla popolazione locale, con particolare attenzione alle persone più vulnerabili. Basra è una città di circa 3,5 milioni di abitanti e il principale centro economico dell’Iraq. Dal territorio circostante proviene circa il 70 per cento del petrolio greggio prodotto nel Paese, ma la ricchezza generata dall’industria petrolifera non si traduce in un diffuso benessere economico e sociale. La disoccupazione rimane elevata, soprattutto tra i giovani, mentre povertà, carenze infrastrutturali e inquinamento incidono pesantemente sulla vita quotidiana. Il territorio è inoltre fortemente segnato dalle conseguenze dell’industria petrolifera. L’inquinamento delle acque e il gas flaring sono tra i problemi ambientali più rilevanti e sono la causa dell’alta incidenza di malattie oncologiche nel territorio. Una città segnata dai conflitti La storia recente di Basra aiuta a comprendere la profondità delle ferite che attraversano la sua popolazione. Situata a circa 20 chilometri dal confine sud-occidentale dell’Iran, la città è stata pesantemente coinvolta nella guerra tra Iran e Iraq del 1980-1988. Nel 2003, durante il conflitto che portò alla caduta di Saddam Hussein, fu invasa dalle truppe britanniche e nuovamente colpita dalle distruzioni della guerra. Nel 2014, dopo la caduta di Mosul e la proclamazione del sedicente Stato Islamico, l’Ayatollah Alì Al-Sistani, massima autorità sciita in Iraq, lanciò un appello alla popolazione affinché si unisse alle forze di sicurezza statali per difendere il Paese e i suoi luoghi sacri. Una parte significativa di coloro che risposero proveniva proprio dal governatorato di Basra. Sono ferite che non riguardano soltanto gli edifici e le infrastrutture. Decenni di conflitti hanno lasciato conseguenze profonde anche sul piano psicologico, spesso difficili da riconoscere e ancora più difficili da affrontare. Il bisogno di supporto psicologico Secondo uno studio pubblicato nel 2023 da The Lancet, più del 20 per cento degli iracheni presenta un disturbo psicologico. A fronte di questo bisogno, il Paese dispone di meno di 200 psichiatri, pari a circa 0,34 ogni 100.000 abitanti, e di appena sei ospedali psichiatrici, concentrati a Baghdad e nel Kurdistan iracheno. Basra non dispone di strutture psichiatriche. Alla carenza di professionisti e servizi si aggiunge un ulteriore ostacolo: lo stigma sociale. Nella società irachena il disagio psicologico e la malattia psichiatrica sono ancora fortemente stigmatizzati. Molte persone e molte famiglie tendono quindi a nascondere le proprie difficoltà, rinunciando a chiedere aiuto o rimandando l’accesso alle cure. È proprio per rispondere a questo bisogno che è nato lo sportello diffuso di supporto psicologico. Un servizio gratuito, pensato per raggiungere le persone nei luoghi in cui vivono e operano, senza distinzione di genere, di razza o di religione. Un servizio radicato nel territorio Il progetto prevede due modalità principali di intervento. La prima è il supporto psicologico informale, realizzato attraverso attività ludiche in cinque scuole: la scuola materna Mar Yusif (Suore di Carità Domenicane della Presentazione di Tours), la scuola materna Al-Mahaba (presbiteriana), la scuola materna Sayidat Al-Bishara (diocesi caldea), la scuola elementare Sayidat Al-Bishara (diocesi caldea) e la scuola media maschile Al-Tahrir (statale). La seconda è il case management, cioè il supporto psicologico individuale offerto non soltanto presso la sede dello Sportello, ma anche nelle scuole, nelle parrocchie, nei centri comunitari e direttamente a domicilio. Una scelta determinata dalla necessità di raggiungere soprattutto le comunità più marginali, riducendo gli ostacoli che possono impedire alle persone di accedere a un servizio di aiuto. La squadra è composta da una psicologa musulmana e da due operatori sociali, uno appartenente alla minoranza africana e uno alla minoranza cristiana. Una composizione che riflette la pluralità della città e contribuisce a rendere il servizio accessibile a persone appartenenti a comunità differenti. Anche la sede ha una funzione importante. Inizialmente l’Arcieparchia aveva messo a disposizione una stanza della curia, ma il luogo veniva percepito come confessionale e questo rendeva alcuni beneficiari non cristiani restii a frequentarlo. È stata quindi individuata una sede neutra, discreta e in grado di garantire privacy, elemento essenziale per consentire alle persone di parlare delle proprie difficoltà senza timore. La protezione come responsabilità condivisa Per rafforzare il legame con il territorio è stato costituito un Comitato di Protezione Comunitaria, composto da 15 persone: sacerdoti cattolici e ortodossi, imam sciiti e sunniti, mukhtar (leader) di quartiere, dirigenti scolastici, docenti universitari, rappresentanti di associazioni e medici. Il Comitato si riunisce per giornate di formazione e condivisione dedicate alle principali sfide psicosociali dei diversi quartieri di Basra. I suoi membri svolgono inoltre un ruolo importante nell’individuazione e nella segnalazione allo Sportello delle persone che necessitano di un supporto psicologico individuale. In un contesto caratterizzato da forti differenze religiose e culturali, il coinvolgimento delle diverse comunità è stato quindi parte integrante del progetto. La protezione non viene intesa soltanto come risposta a una situazione di emergenza, ma come una responsabilità che coinvolge il territorio e le sue diverse componenti. I numeri di un percorso di 26 mesi Nel corso dei 26 mesi di attività, lo sportello diffuso ha raggiunto oltre 500 beneficiari, principalmente cristiani e donne vittime di violenza e abusi, offrendo ascolto, orientamento e supporto anche nei casi in cui era necessario affrontare situazioni di violazione dei diritti umani. I risultati raccontano l’ampiezza del lavoro svolto. Sono stati seguiti 546 casi individuali e formati 71 operatori sociali dell’area. Sono stati inoltre sensibilizzati 67 insegnanti delle scuole coinvolte, affinché potessero riconoscere e segnalare i casi di minori che necessitavano di un sostegno psicologico. Particolare attenzione è stata dedicata anche alle famiglie: 1.461 genitori hanno partecipato a sessioni di orientamento sui temi della protezione e della tutela dei minori. Parallelamente, 10.901 bambini e adolescenti hanno preso parte ad attività culturali e ricreative pensate per rafforzare la resilienza. Dietro questi numeri ci sono persone, famiglie e comunità che hanno trovato uno spazio nel quale poter raccontare una difficoltà, chiedere aiuto o semplicemente essere ascoltate. In un contesto nel quale il disagio psicologico rimane spesso nascosto, rendere possibile questo primo passo rappresenta già una forma concreta di protezione. ___ Nella foto: Supporto psicologico informale nella scuola media statale Al-Tahrir