di Mia Diop, vicepresidente Regione Toscana
Parlare di pace oggi significa misurarsi con una realtà complessa, nella quale i conflitti entrano sempre più profondamente nelle nostre vite, nel modo in cui leggiamo il mondo, nelle paure che attraversano le nostre comunità e nel linguaggio con cui raccontiamo ciò che accade intorno a noi. Per questo credo che la pace debba essere considerata una responsabilità politica e collettiva, che riguarda le scelte delle istituzioni ma anche il modo in cui ciascuno partecipa alla vita della propria comunità.
In questi mesi mi sono convinta sempre di più che una delle parole attraverso cui possiamo leggere questa responsabilità sia prevenzione. I conflitti maturano nel tempo, dentro disuguaglianze che crescono, diritti che si indeboliscono, risorse che diventano terreno di competizione, relazioni che si spezzano e parole che costruiscono distanza e ostilità. Lavorare per la pace significa allora intervenire anche su ciò che viene prima, creando le condizioni perché le differenze possano essere affrontate attraverso il dialogo e perché le comunità abbiano strumenti per gestire le tensioni senza trasformarle in violenza.
È qui che la pace diventa concreta. Riguarda l’educazione delle nuove generazioni, l’accoglienza e l’integrazione, la riduzione delle disuguaglianze, la tutela dell’ambiente e delle risorse, la cooperazione tra i popoli, la partecipazione democratica e la forza delle istituzioni. Riguarda anche la cultura, perché il modo in cui raccontiamo l’altro, interpretiamo la storia e impariamo a stare dentro il dissenso contribuisce alla società che costruiamo.
È da questa convinzione che, come assessorato regionale alla cultura di pace, abbiamo scelto di avviare gli Stati Generali della Cultura di Pace in Toscana: un percorso attraverso i territori per ascoltare associazioni, scuole, università, amministrazioni, realtà del terzo settore e cittadine e cittadini, mettere in relazione esperienze che già esistono e raccogliere idee e proposte capaci di diventare politiche pubbliche.
La Toscana possiede un patrimonio straordinario di pratiche di dialogo, mediazione, accoglienza e nonviolenza e il compito delle istituzioni è riconoscerlo, sostenerlo e creare le condizioni perché possa incidere sempre di più nelle scelte collettive. È così che creiamo pace: investendo prima che le fratture diventino insanabili, coltivando relazioni e diritti, creando occasioni di partecipazione e trasformando la preoccupazione per ciò che accade in impegno e azione comune.
La pace vive nelle scelte quotidiane con cui decidiamo quale società vogliamo costruire insieme.