Solo un bambino

Testimonianza di Rossella, volontaria della Fondazione Giovanni Paolo II   Intorno a quelle tre famiglie ruotavano decine di volontari, vuoi per lavoro, vuoi per coscienza, senso di colpa o semplicemente per umanità. Erano coordinati tra loro e si scambiavano informazioni sulle necessità che via via emergevano, sulle cose di cui avevano bisogno, sui passaggi in auto per accompagnarli alla piccola stazione vicina o sui momenti di “baby sitteraggio” durante le lezioni di italiano dei genitori e dei fratelli più grandi. Tutti lo facevano con entusiasmo, nel tentativo di farli sentire meno ospiti e più parte della piccola comunità nella quale abitavano. Piano piano si imparavano i nomi di quei bambini e poi quelli dei fratelli e dei loro genitori: nomi lontani dai nostri, nomi difficili, da memorizzare con l’esatta pronuncia per non offendere quei suoni, storpiandoli. La difficoltà iniziale a comunicare senza l’aiuto dei mediatori era un vero ostacolo nel tentativo di diventare amici. Le famiglie avevano un atteggiamento riservato, con un pudore legato forse al loro modo di vivere e alla loro cultura, ed era difficile andare oltre grandi sorrisi e saluti con la mano. Le donne, però, cominciarono ad abbracciare le altre donne e a usare i tre baci per salutarsi. Le operatrici, nei momenti di contatto con loro, si vestivano in modo sobrio, con gli arti coperti, per non suscitare imbarazzo. Insieme si preparavano feste palestinesi, con cibo palestinese e italiano, senza carne rossa e maiale, per rispettare le loro usanze e farli sentire accolti anche attraverso la loro cultura. Le donne palestinesi erano cuoche sopraffine: svelte, sicure, ben organizzate fra loro. Preparavano pietanze eccellenti e in grandi quantità per imbandire tavolate per gli ospiti, che contribuivano con un’offerta destinata alle loro necessità. Nelle loro case arrivavano continuamente sacchi pieni di vestiti, scarpe e coperte. A volte erano costretti a rifiutarli, se non erano scuri e monocolore. C’era il massimo rispetto per la loro situazione e per le loro volontà. Erano fra i pochi privilegiati che, nella disgrazia di avere un familiare da curare al Meyer, avevano trovato un luogo di pace in una canonica di un paesello fra le colline del Valdarno, lontano dalle bombe e dai mitra. Una coppia di volontari regalò loro, in pieno luglio, una piscina gonfiabile che era stata il divertimento dei loro nipoti, ormai grandi. I bambini la inaugurarono con schizzi e strilli di gioia e quel primo pomeriggio vi trascorsero le ore più calde, con le pistole ad acqua e i tuffi dalla sedia. Poi una delle volontarie, che quel pomeriggio faceva da baby sitter per permettere ai genitori di seguire la lezione di italiano, si avvicinò al bordo e vide uno dei bambini che tremava di freddo. Lo osservò e si accorse che aveva le labbra viola. Nonostante le resistenze del bambino, lo tirò fuori dall’acqua, lo avvolse nell’asciugamano e lo prese in braccio, mentre lei si sedeva. Era un bambino che piangeva spesso e infatti cominciò a piangere, urlando. Lei gli avvicinò la mano alla bocca per trasformare l’urlo nel suono che fanno i nativi americani, avvicinando e allontanando velocemente la mano dalla bocca. Lui rimase prima sorpreso, poi strillò ancora più forte. Lei continuava, lui le levava le mani e lei le rimetteva, cominciando a cantare una canzoncina che i bambini ascoltano alla scuola dell’infanzia. L’urlo diventò un pianto, poi un lieve lamento e piano piano si azzittì, perché quella canzoncina la conosceva. Allora la donna continuò a cantare e, nel frattempo, lo avvolgeva nel suo abbraccio e lo teneva stretto nel tentativo di riscaldarlo, accarezzandogli la schiena e massaggiandolo dolcemente. Il bimbo si rannicchiò e si lasciò cullare. In quell’istante lei ebbe la visione della sua grande sofferenza. Lui e sua madre, quel giorno, erano usciti prima degli altri dalla loro casa. Dentro erano rimasti il figlio e le altre due figlie con il marito, che stavano uscendo. Ma non fecero in tempo. La casa crollò loro addosso, separandoli per sempre dai vivi. Sopravvissuti, scampati per miracolo o per ironia della sorte, madre e figlio furono accolti attraverso un corridoio umanitario in Toscana e vivevano con le altre due famiglie, che per fortuna erano al completo. Era lì, quel bambino di cinque anni che piagnucolava, bisognoso di accoglienza e di amore incondizionato, per tentare di far pari con la vita che lo aveva messo a dura prova. Lei percepì quel grande dolore, tanto grande da aver inciso un solco nel suo giovane cuore e nella sua mente. E il bambino, probabilmente, si sentì compreso e rimase in quell’abbraccio per lunghi minuti, in silenzio. Sembrava che non avesse più bisogno di quel lamento per esprimerlo. E lei gliene fu grata. Aveva messo una piccola goccia di luce in quel mare oscuro di tragica sofferenza, fatto di migliaia di vite ancora vive, ma con la vita strappata. Dedicato a Lior, la mia splendida alunna ebrea che da bambina aveva sete di giustizia ed era piena d’amore e di comprensione per tutti. Spero che, crescendo, non abbia imparato a costruire muri per difendersi, anche dagli innocenti. Con amore, Rossella