Tra le mura di Betlemme, in una Terra ferita dalla guerra, dalle divisioni e dall’incertezza quotidiana, c’è un luogo che da oltre cinquant’anni continua ad aprire strade di futuro ai bambini sordi palestinesi. Quel luogo si chiama Istituto Effetà Paolo VI. E “Effetà”, in aramaico, significa proprio questo: “Apriti”.
L’istituto nacque per volontà di Papa Paolo VI dopo il suo viaggio in Terra Santa del 1964. Durante quella visita il Papa incontrò numerosi bambini audiolesi privi di assistenza e desiderò creare a Betlemme una scuola capace di restituire loro dignità, comunicazione e possibilità di vita. La struttura venne inaugurata nel 1971 ed è tuttora gestita dalle Suore Maestre di Santa Dorotea.
Oggi Effetà è molto più di una scuola: è un centro specializzato nella riabilitazione audiofonetica, nell’accompagnamento educativo e nel sostegno umano dei bambini e ragazzi audiolesi provenienti da tutta la Cisgiordania. Ogni anno accoglie circa 180-200 studenti, molti dei quali arrivano da contesti segnati da povertà, isolamento sociale e difficoltà di accesso ai servizi sanitari e scolastici.
“Qui non guardiamo solo alla sordità, ma al bambino nella sua interezza – sottolinea suor Ginetta, che vive nell’Istituto Effetà di Betlemme sin dalla sua fondazione, quindi da 55 anni -. La persona sorda spesso è dimenticata, esclusa. Il nostro compito è restituire dignità, aiutare ciascuno a sentirsi e diventare persona”.
Non dunque semplicemente un luogo di istruzione, ma uno spazio in cui i bambini imparano a parlare, comunicare, studiare, immaginare un futuro. Alcuni ex studenti sono diventati infermieri, educatori, informatici, designer. Qualcuno è persino tornato nella scuola come insegnante, chiudendo idealmente un cerchio di speranza.
Negli anni, accanto all’istituto, è cresciuto anche il legame con la Fondazione Giovanni Paolo II, un rapporto nato grazie alla sensibilità di monsignor Luciano Giovannetti, fondatore della Fondazione, profondamente legato alla missione delle suore e al servizio offerto ai bambini palestinesi. Dal 2014 questa amicizia si è trasformata in una collaborazione concreta e strutturata fatta di sostegno economico, accompagnamento tecnico e progettazione condivisa.
Grazie ai progetti sostenuti dalla Fondazione e cofinanziati dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo sono stati sviluppati servizi specialistici di diagnosi e riabilitazione in tutta la Cisgiordania, potenziati i percorsi di chirurgia cocleare e logopedia a Betlemme, formati insegnanti e operatori specializzati, creati servizi di orientamento e sostegno per le famiglie.
Il sostegno della Fondazione si è intensificato soprattutto negli anni più difficili: la pandemia, il crollo del turismo, la crisi economica palestinese e infine la guerra. In più occasioni Effetà ha rischiato di non riuscire a sostenere i costi delle attività quotidiane: stipendi del personale specializzato, protesi acustiche, batterie, materiale didattico, esami audiometrici, convitto per gli studenti che arrivano da lontano.
Eppure, nonostante tutto, la scuola non ha mai chiuso. “Effetà non chiude mai – dice ancora suor Ginetta -. Rimane aperta, con prudenza. Qui si cammina insieme, con amore e passione”.
Anche durante i periodi più drammatici del conflitto, quando a Betlemme venivano sospese attività, turismo e lavoro, le suore hanno continuato a restare accanto ai bambini e alle famiglie. Perché restare lontano da Effetà significa spesso tornare all’isolamento.
È forse questo il vero significato del suo nome: aprire possibilità dove sembrano esserci soltanto limiti. Aprire relazioni dentro una terra divisa dai muri. Aprire futuro dentro una quotidianità segnata dalla paura. Aprire la vita di bambini che rischierebbero altrimenti di rimanere invisibili.
Proprio per custodire questa possibilità, la Fondazione Giovanni Paolo II continua ancora oggi a sostenere l’istituto di Betlemme, convinta che educazione, cura e inclusione siano il primo passo concreto verso la pace.